“Articolo 32” non è solo un richiamo alla norma costituzionale che riconosce il fondamentale diritto alla salute. E’ uno spazio nato dall’esigenza di mettere in comunicazione quanti si impegnano nella battaglia di civiltà e legalità contro la chiusura dei piccoli ospedali; è un comitato aperto all’adesione di chiunque intenda condividere questa battaglia.
Piccoli ospedali: una necessità
Contributo da Guardiagrele
Pubblichiamo un contributo sulla importanza dei piccoli ospedali apparso questa mattina sulla pagina dei lettori del quotidiano regionale abruzzese "Il Centro".
La lettera al direttore del consigliere comunale di Guardiagrele Simone Dal Pozzo, fa riferimento all'intervento del prof. Marco Valenti pubblicata domenica scorsa sul tema della
chiusura dei piccoli ospedali.
"Da troppo tempo su questo argomento si leggono analisi “scientifiche” troppo generali e sprovviste del conforto dei dati e del confronto con la realtà e si pensa che la questione sia
solo oggetto di scontro politico, anche se così non è visto che in queste settimane ci siamo trovati di fronte a battaglie solitarie che non hanno visto la politica fare
sistema.
La mia opinione, che vorrei brevemente illustrare, viene dalla lettura di dati probabilmente poco conosciuti e che, anzi, la stessa stampa ha difficoltà a far passare
perché più presa dalla notizia ad effetto (gente che sale sui tetti, striscioni, attacchi a questo o quel politico).
Vado subito al dunque.
Contesto, innanzitutto, il fatto che la chiusura dei piccoli ospedali sia necessaria per risparmiare denaro e lo dimostro con due dati.
Il Piano Operativo 2010 ci dice chiaramente che “la struttura dei costi fissi (personale dipendente incluso) rimane sostanzialmente invariata” e, almeno per quel che
riguarda la ASL di Chieti, il Direttore Generale ha più volte dichiarato (e mai smentito) che la manovra di riconversione dei piccoli ospedali “non comporta un euro di
risparmio”.
Quanto all’incapacità di trattare patologie complesse, dico che questo non è mai stato un problema dal momento che da sempre i piccoli ospedali, proprio perché strutture
generaliste, hanno avuto una sola mission: quella di garantire un servizio nei rispettivi territori per le acuzie e le post acuzie evitando di caricare le strutture maggiori
(oggi si dice di riferimento) destinate, invece, ad occuparsi delle patologie più complesse, essendo ospedali di eccellenza. Anzi, poiché queste eccellenze sono messe sempre più in
pericolo dalla incapacità di fare fronte alla domanda (le barelle nelle cliniche universitarie di Chieti sono all’ordine del giorno e la mobilità passiva ha ripreso a salire) è chiaro
che la qualità del servizio ne guadagnerebbe se i piccoli ospedali chiusi o da chiudere fossero (stati) messi realmente in grado di dare risposte.
Siamo sicuri, poi, che la riorganizzazione della rete ospedaliera sia stata il frutto di una analisi completa e oggettiva del sistema?
Tralascio il capitolo sui 40 minuti dall’ospedale più vicino che giustificherebbero la chiusura delle piccole strutture e quello sui 60 minuti dal pronto soccorso di
riferimento.
Se leggiamo e confrontiamo gli indicatori di attività ospedaliera delle strutture pubbliche e private, ci rendiamo conto che i criteri che hanno guidato le scelte
dell’ufficio commissariale sono stati manipolati, probabilmente con il preciso scopo di avvantaggiare una parte (quella privata) rispetto all’altra (quella pubblica).
Il Piano Operativo, infatti, mentre ci dice che sono da chiudere i reparti che hanno un tasso di occupazione inferiore all’80% (ciò dimostrerebbe un basso livello di fabbisogno di
ricoveri e prestazioni ospedaliere), ha previsto la disattivazione di strutture che sono ben al di sopra di questi numeri. Questo emerge in maniera chiara leggendo i dati relativi al
2008 e le tabelle per l’anno 2009 che il subcommissario ha recentemente consegnato nel corso della sua audizione in commissione regionale.
Quanto, poi, alla necessità di una rete territoriale di assistenza, l’analisi sarebbe condivisibile se tenesse conto della realtà di fronte alla quale ci pone il disegno del Piano
Operativo per il 2010.
Le acuzie, infatti, non spariscono insieme all’ospedale e, quindi, con la disattivazione dei piccoli presidi, dovranno trovare altrove una risposta, se la troveranno.
I posti letto di medicina, di geriatria e di medicina sono, infatti, essenziali soprattutto delle zone interne vista l’età della popolazione e le patologie, magari non complesse ma
pur sempre acute; l’elevato tasso di occupazione, poi, rivela che ve ne è necessità.
Approfitto, infine, per dare un dato che fino ad oggi non ho letto in nessuna analisi.
Il commissario giustifica il taglio degli ospedali con la necessità di dare attuazione al Patto per la Salute firmato lo scorso anno che ha ridotto a 3,5 per mille il numero dei posti
letto per acuti. Nessuno dice, però, che questo livello era stato già raggiunto dalla precedente programmazione sanitaria validata dal piano di rientro del 2007 e che, quindi, non
erano necessari altri tagli.
Se Chiodi avesse seguito il criterio che hanno applicato anche in Lazio e Molise (pure commissariate), calcolando matematicamente il numero dei posti letto in base al numero dei
residenti, scopriremmo che non solo non era necessario tagliare 886 posti letto in più del necessario, ma che, addirittura, visto che la popolazione è aumentata, bisognava
aggiungerne 135 a quelli esistenti".
